Una questione di potere

I primi tempi, una delle cose che farete più fatica a capire è se un NewYorker può o non può fare una cosa. Nel video Rachel ci spiega come fare, anche se noterete che non è proprio facilissimo.
Se siete stati nel Regno Unito, vi renderete conto che in inglese britannico è tutto molto più semplice. Ma non usate qui la pronuncia di “can’t” anglosassone, suona ridicolo e anche un po’ simile a “cunt”, una parola che è meglio non dire in pubblico.

Buono studio!

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Come stai?

A New York ci si saluta tantissimo. Ci si saluta anche più volte al giorno. Non è raro scambiare un “Hi” ogni volta che si incrocia un collega in corridoio. A volte si salutano i compagni di ascensore, e perfino l’autista del bus. Questa cosa all’inizio sembra buffa, ma in poco tempo diventa un automatismo. In fondo, anche se routine, salutarsi è un’attività più gradevole che evitare di farlo. Ma ciò che probabilmente vi impressionerà di più è il fatto che durante tutta la giornata vi sentirete chiedere “come stai?”. Non solo amici e colleghi, ma anche il barista, l’edicolante, il tassista, il receptionist, il cassiere, e così via. Durante tutta la giornata è un susseguirsi di “How are you?”, “(How) are you doing?”, “How was your day?” (se di sera), “How is your day going?” (se di giorno). Se chi vi saluta vuole aggiungere un po’ di familiarità in più alla situazione, aggiungerà “today”. Il che suonerà “Hello, how are you today?”, il che significa che chi vi sta salutando si ricorda, o fa finta di ricordarsi di voi.
A questo punto, non agitatevi, e seguite poche semplici regole.
1. Non è conversazione. A meno che non sia un amico intimo a chiedervelo, e non siate seduti davanti a un caffè o a una birra durante un appuntamento preso apposta per parlare dei vostri guai (sì, a New York dovete prendere appuntamento anche con gli amici), nel quotidiano non è ammesso rispondere che state male, né iniziare a elencare una serie di malattie-disavventure-inconvenienti (come usiamo spesso noi del sud). I motivi sono essenzialmente due. Primo: a New York si corre, e se dite che state male si rischia di aprire una conversazione, e non c’è tempo. Secondo: tra estranei non si va sul personale. Quindi, ricordatevelo. Anche se due secondi prima vi è passato un camion sul piede, se entrate al bar dovete dire al cassiere che state bene. A meno che non vogliate che vi chiami un’ambulanza, ma questa è un’altra storia.
2. Tra le risposte positive, quelle ammesse sono di solito costituite da una o due parole al massimo. Ad esempio, in scala di positività: great, good, fine (ma non abusatene, è troppo neutro), OK, not bad. Il not bad è già troppo pessimistico.
3. Potete anche non dire come state. In tal caso, l’alternativa è porre la stessa domanda, ad esempio “are you doing?”. Ma attenzione: per accaparrarvi il diritto a non rispondere, dovete cercare di anticipare l’altro, o almeno di parlare contemporaneamente. Come in un duello in un western, se è l’altro il primo a chiedere, di solito dovete rispondere, fosse anche un impercettibile “good”. Quindi, ripetete con me: [sottovoce] Good, [ad alta voce] Are you doing?
4. Nelle relazioni “cliente-servente”, a meno che non siate un cliente abituale, non sta a voi chiedere per primo al cassiere-cameriere-commesso come sta. Suona strano. Lasciatelo chiedere a lui e poi applicate le regole già elencate. Sempre in queste relazioni asimmetriche, se siete il cliente potete anche non chiedere al vostro “servente” come sta. Lui non se lo aspetta. Se volete davvero che vi risponda dovete marcare il “you” e usare un tono molto cordiale, anche con il suddetto “today”. Suonerà quindi “good, how are YOU today?”
E adesso, tutti fuori a fare esercizi. Ma non fateli in Italia, non servirebbe.

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Tapis Roulant

Qui o vivi dieci vite contemporaneamente o muori senza avere vissuto. New York è un tapis-roulant che a volte ti nasconde il giusto verso di percorrenza.

PS a New York ci sono pochissimi tapis-roulant (finora non ne ho visto uno, dico pochissimi per prudenza), e non è facile che qualcuno sappia dirti come si dice in inglese. 

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Fuga da New York

Lo stereotipo di New York è sempre stato quello di una città che non si ferma mai, tutti indaffarati durante il giorno e poi, senza mai fermarsi, un happy hour, un’inaugurazione dell’ennesima galleria d’arte, una cena, un club, fino a notte fonda, e poi di nuovo al lavoro, e poi ancora un museo, e via così.
Questo è certamente lo stile di vita dominante e sotto gli occhi di tutti. C’è poi una New York rilassata, “laid-back”, con tempi umani, piccoli locali, buona musica a poco prezzo (o gratis). New York è così varia e magica che permette anche di fuggire da sé stessa, rimanendo in città. A volte basta guardarsi intorno, oppure affrontare un viaggio di qualche fermata in metropolitana.
Brooklyn offre molti spunti per queste fughe da New York. Pur facendo parte a tutti gli effetti della città di New York, tutto è diverso a Brooklyn. L’architettura, lo stile di vita, i locali. Tutto un po’ più raccolto, rilassato e casalingo. Brooklyn è un piccolo tradimento a New York. Non una rivoluzione, diciamo uno sgarro fatto al grande boss, una convivenza pacifica tra due fratelli con caratteri molto diversi. L’orgoglio Brooklyniano non disdegna l’appartenenza a New York, semplicemente la tiene a distanza.
Una delle fughe che consiglio è all’Habana Outpost. Un bar-ristorante cubano (ma che strizza l’occhio ai gringos), in cui alcuni sacri vincoli dell’americanità vacillano.
Aperto solo in estate e realizzato con criteri eco-compatibili, il posto è una piccola palazzina colorata, all’angolo tra Fulton Street e South Portland Avenue (quartiere Fort Greene). All’interno, l’ambiente coloratissimo, la musica cubana e l’assenza di aria condizionata vi proietteranno già su un altro pianeta. Tuttavia, le due file ordinatissime per ordinare cibo e bevande vi riporteranno coi piedi per terra. Scegliete la coda giusta: una è per “food and drinks”, l’altra è per “drinks and corn”.
Già, perché anche se venite qui solo per un drink, non potete non ordinare la pannocchia di mais arrostita e poi condita “mexican style”, con formaggio, peperoncino e qualche goccia di lime da spremere sopra.
Per il resto, il menu ha pochi piatti cubani/sudamericani, include anche una sezione “For the Gringos” con gli immancabili burger, è economicissimo, non mancano i cocktail frozen spillati da macchine come quelle dei nostri sorbetti, niente di speciale, ma forti che stenderebbero un cavallo a stomaco pieno.
Una volta ordinato, pagato, e ricevuto lo scontrino per ritirare il cibo, siate disposti a dire addio all’America per qualche ora. Uscite all’aperto, in uno spazio recintato che dà sulla strada, e troverete i tavoli. Non ci sono regole, non ci sono code, non ci sono priorità, nessun fair play. Quando vedete un posto, sedetevi. Se i tavoli sono tutti occupati, la tecnica è quella del rapace. Aggiratevi tra i tavoli, guardate i clienti, e sperate di trovarvi nel posto giusto al momento giusto. Oppure puntate un tavolo, mettetevi lì vicino, e sperate che la vostra presenza metta pressione sui commensali (difficile: come già detto, qui non siamo più a New York).
Sperate di riuscire a sedervi prima che dalla cucina vi chiamino per consegnarvi il vostro cibo, altrimenti arrangiatevi, ve la godrete lo stesso, e prima o poi vi accomoderete.
Prendetevela comoda, e cercate di resistere ai rapaci che a loro volta vorranno appollaiarsi sul vostro trespolo.
Dall’area all’aperto potete uscire direttamente sulla strada attraverso un cancello. L’America ricomparirà ai vostri occhi già sulla soglia, con due buttafuori e alcuni cartelli che vi ricordano che non è consentito portare fuori cibo e bevande, e che quella è solo un’uscita e non un ingresso.
Se volete fuggire nei migliori dei modi, venite all’Habana Outpost la domenica sera: alle 8, avrete anche il cinema all’aperto. E, credetemi, sono davvero pochi i posti a New York dove potete vedere un film mentre sorseggiate un frozen margarita.
Proprio il viaggio ideale per una calda domenica estiva.
Buona fuga!

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Un piccolo regalo

Avete fatto l’ennesimo viaggio in metropolitana, scendete, e sognate di prendere finalmente aria. Percorrete la piattaforma, poi alcune scale o scale mobili, infine vedete i tornelli di uscita. A New York coincidono con quelli di ingresso. Se c’è molta gente che vuole entrare, bisogna cercare di mettersi d’accordo con lo sguardo per autoregolarsi.

Nella frenesia degli incroci tra chi parte e chi arriva potreste imbattervi in un personaggio particolare. Agisce diversamente da tutti gli altri, sta fermo, magari legge qualche riga da un libro o da un giornale, spesso sta appoggiato vicino ai tornelli. Sembra che stia aspettando l’autobus, o che si stia sforzando di fare l’indifferente. Non è un matto, né un ladro, né un poliziotto in borghese che si appresta a un pedinamento.

Se incrocerete il suo sguardo, vi chiederà un piccolo regalo: “could you swipe for me please”?

Se avete letto questo post sapete già di cosa sto parlando. Vi sta chiedendo di usare la vostra Metrocard per farlo passare. Se avete un abbonamento settimanale o mensile non vi costerà niente, se non un quarto d’ora in cui non potrete riprendere la metro (una volta passata la metrocard, infatti, non potrete più ripassarla per circa 15 minuti).

L’operazione è ovviamente illegale, quindi se decidete di farlo fatelo senza dare troppo nell’occhio, non so quale sia la sanzione ma se ho capito qualcosa di questa città, temo che potrebbero arrivare a sequestrarvi la Metrocard. Se decidete di farlo quindi, fatelo bene. Non tenete il braccio a distanza dal lettore come se trasportaste un pesce pescato da una settimana, piuttosto mettetevi in posizione di partenza, come se la metro doveste prenderla voi. Swipate, poi spostatevi e andate via. In quel momento, in quel preciso momento in cui vi sposterete, il ragazzo vi passerà vicino, e se siete fortunati, vi sorriderà. Fine.

Vi resterà questo, il brivido di una piccola disobbedienza, un sorriso, e quell’aria un po’ da Robin Hood che ha aiutato l’ennesimo bruco a rosicchiare un pezzo di grande mela.

Volete sapere se l’ho fatto? Uhm, direi che mi avvalgo del quinto emendamento.

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Radiohead – un’astronave a otto bit

Non avevo mai fatto l’esperienza di un grande concerto prima d’ora. Il mio debutto è stato qui, per la precisione a Newark, per il concerto dei Radiohead.

Sarà stato l’estremo ordine con cui si sono svolte le operazioni di ingresso o il fatto che fossimo più o meno in diciannovemila, o forse ancora per le caratteristiche stesse del luogo in cui si svolgeva il concerto, ma non ho proprio percepito l’ebbrezza, la calca, l’euforia che si dica precedano questi eventi.

Guardando all’esterno, sembrava che il concerto fosse destinato ad andare deserto. Se non fosse che, a un certo punto, guardando alle mie spalle, mi sono reso conto di essere parte di una lunghissima coda. In fila per uno, ordinati, senza spingere, biglietto alla mano.

Ah, il biglietto. Ho deciso di andare al concerto quattro giorni prima, ed era sold out. Qui negli States, in questi casi si cerca su stubhub.com, sito che mette in relazione venditori e acquirenti (privati), mettendo tutti al riparo dalle fregature (a fronte di una commissione di una decina di dollari).

Dopo la coda, la perquisizione, come in aeroporto. Con il metal detector, e a volte, manuale. Poi la scansione del biglietto, e via!

Un palazzetto da ventimila posti che sembra qualcosa a metà tra un albergo e un centro commerciale. Scale mobili, bar in ogni angolo, tappeti rossi, illuminazione forte, musica di sottofondo, monitor con pubblicità e annunci dappertutto.

Non sognatevi di cambiare posto rispetto a quello che avete sul biglietto: all’ingresso di ogni settore una hostess o uno steward vorranno verificare il vostro biglietto anche se vi assentate per qualche minuto, e vi accompagneranno al vostro posto.

Siamo nel palaghiaccio dei NJ Devils, la squadra di hockey di Newark. Gli americani fanno palazzetti con le dimensioni di piccoli stadi, che si sviluppano in altezza. Così, se non vuoi spendere una fortuna, sei altissimo e a strapiombo sul campo. Non capisco cosa si riesca a vedere in una partita di hockey da questa posizione, evidentemente agli americani basta esserci. Ci sono anche le suites, proprio come nei film: vere e proprie stanze private con vista sul campo e monitor, in cui è possibile avere servizio bar e assistenza personalizzata. Da bravi emuli degli americani, compriamo hot dog e birra e andiamo a sederci. Di lì a poco il concerto inizia. Io sono in uno dei punti più alti delle tribune, e da qui lo spettacolo è affascinante e inquietante allo stesso tempo. Il pubblico che affluisce sul parterre sembra un enorme gruppo di formiche che si muove ordinatamente verso una fonte di cibo.

La prima sensazione è che i radiohead “suonino”. Nel senso che suonano per davvero, si sporcano le mani, nonostante ci sia moltissima elettronica nella loro musica la componente “manuale” è fondamentale. Per complicarsi la vita, aggiungono un secondo batterista alla formazione. Gli incastri ritmici sono fenomenali, e particolarmente curati. Ritmo e suono sono gli elementi che caratterizzano la band di Abingdon in questo momento.

Gli altri elementi che mi hanno colpito favorevolmente sono concretezza e semplicità, tutto in favore dell’elemento più importante, e cioè la musica. Un palco semplice, senza macchinari, in cui i cambi avvengono a mano: serve un pianoforte, ci sono due persone che spingono un pianoforte. Poi serve una chitarra, si porta via il pianoforte e si porta la chitarra, e così via.

Le luci sono essenziali: un wall altissimo diviso in due sezioni, tendenzialmente monocolore con qualche gioco di movimento quasi da anni ’80. Tutto sommato, una scenografia a otto bit.

Dodici enormi display quadrati, ognuno sospeso tramite quattro cavi indipendenti, che possono così imporre qualunque orientamento. Su ogni display, frammenti e particolari del concerto, spesso con un aspetto lo-fi: monocromatico, presenza di rumore, disturbi, ecc. Una regia attenta si occupa di destrutturare le immagini e alternarle nei vari display. Penso a quanto la nostra percezione delle immagini sia cambiata negli ultimi anni. La ricomparsa dell’immagine quadrata, la presentazione di immagini disturbate e rumorose, le immagini che suscitano interesse anche quando raffigurano un singolo, insignificante particolare. La sintesi di tutto ciò è Instagram, ma questa è una parentesi che merita di essere aperta a parte.

Suonano, dicevamo, e suonano bene. Thom Yorke è capace, canta, balla, suona tastiere e chitarre, riesce a tenere tutti senza fiato quando intona ballad al pianoforte o quando, a fine concerto, canta un pezzo da solo, con chitarra acustica e loop station per la voce. Il resto della band è perfetto, non perde un colpo.

La qualità del suono è molto ricercata ma non “finta”, anche qui un equilibrio perfetto tra salti nel futuro e panorami sonori un po’ retrò. Anche nelle presentazioni dei brani è tutto molto semplice, niente spettacolarità, né mutismo da rockstar imbronciata: il prossimo pezzo si chiama Morning Mr Magpie. E si suona, e basta.

Il concerto è basato essenzialmente sull’album “The King of Limbs”, che viene suonato per intero, più qualche pezzo vecchio e famoso. Con la faccia furbetta di chi racconta chi è l’assassino, vi rivelo che ascolterete Karma Police ma non Creep.

Due ore, minuto più, minuto meno.

Due ore di viaggio in un gioco di rimandi tra passato e futuro, tra vecchie foto di famiglia e viaggi nello spazio-tempo. Praticamente, un’astronave a otto bit. Immagine

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If you have to ask what Jazz is, you’ll never know – Metti una sera con Barry Harris

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Se avete interesse per la musica, in particolare per il Jazz, e per l’America, potreste impiegare il vostro martedì pomeriggio/sera frequentando un workshop di Barry Harris. Non c’è bisogno che sappiate o vogliate suonare uno strumento, o cantare. Andate pure “disarmati”, l’importante è esserci.

Siamo al 250 di W 65 Street, vicinissimi al Lincoln Center, nella stessa strada in cui trova posto la Juilliard School of Music. L’area del Lincoln Center è un salotto, luci splendenti, ristoranti, cinema, teatri, abiti eleganti. Come spesso succede a New York, vi basterà fare un paio di isolati perché l’atmosfera cambi radicalmente.

Al 250 di W 65 Street troverete il Lincoln Square Neighborhood Center, un centro di aggregazione del quartiere. Seguite il suono, arriverete in una palestra/teatro in cui, entrando, io ho pensato “questa è l’America”: una cinquantina di persone, di ogni età (spesso dall’età indefinibile), che condividono lo spazio seduti su più file, a semicerchio. Sembra che li abbiano montati lì come comparse, e che in realtà l’unico “spettatore” sia io. All’inizio non capirete bene cosa sta accadendo, perché se da una parte ascolterete dei suoni inequivocabilmente jazz, dall’altra realizzerete presto che gran parte delle persone non sembra proprio dedita a una lezione di musica. C’è chi mangia, chi chiacchiera, chi legge, persino chi lavora a maglia.

In un primo momento sono molto più concentrato sulle persone che sulla musica, ed è lì che un pensiero arriva come un lampo: fino a quando non ti trovi negli Stati Uniti in una stanza con una cinquantina di persone, non ti rendi conto di quanto siano realistici i personaggi dei Simpson. Fino a quando restiamo in Italia, ci sembrano solo dei disegni fatti con grande inventiva. Qui, ci si accorge in un lampo che quegli uomini gialli raffigurano persone vere, prototipi umani che qui sono comunissimi. E stasera ci sono tutti.

Finalmente riesco a vedere dov’è Barry Harris, un ometto piccolo e nero con i capelli sale e pepe e le ossa delle mani annodate dall’artrosi. Rimane seduto, e parla a voce bassa. Barry ha 82 anni ed è stato uno dei pionieri del Jazz, ha suonato con Cannonball Adderley, Sonny Stitt, e con tanti altri giganti.

Da una vita, ogni martedì, tiene questo workshop, in cui non c’è selezione, non è richiesta regolarità nelle presenze, non ci sono compiti a casa. Niente di tutto questo. Quando hai voglia vai, paghi 15 dollari (10, a fronte di un’iscrizione di 45) e puoi rimanere per più di sei ore: le prime due si fa pianoforte, poi canto, poi musica d’insieme. Ho l’impressione che molte persone vengano qui al posto di andare al cinema, o di rimanere soli a casa. Altri sembra che  vengano qui per curiosità, per conoscere e omaggiare Barry. Altri ancora, sembra che vengano qui a suonare e a coccolare Barry da una vita.

La lezione di canto non è esaltante, sembra un open-mic di pessima qualità. Si canta sempre la stessa canzone di Rodgers e Hart,  in coppia, due giri di tema, il pubblico applaude e si cambia. E qui ritorna prepotentemente l’America: la sospensione del giudizio, l’idea che tutti ce la possano fare, quel pensiero che se io voglio cantare vado lì e canto, e chi se ne frega se sono stonato, è il mio momento, canterò, gli altri mi ascolteranno e ne sarò contento.

Barry ascolta una versione della canzone dopo l’altra e non dice nulla. Fino a quel momento non capisco ancora se sono davvero a un workshop di musica, a un happening, a un gruppo di ascolto, a una messa di Harlem, a una cerimonia celebrativa di un Guru.

Alle 22.30 si chiude coi cantanti ed è il momento degli strumentisti. E finalmente, venendo coinvolto in prima persona, vedo il Barry musicista e insegnante. Comincia a diventare più vispo, a tratti irascibile, ride, ci prende in giro, ci intima di avvicinarci e sederci intorno a lui, ma senza strumento. Dice che dobbiamo imparare a “vedere” la musica. Ci insegna il Jazz secondo tradizione, cioè cantando delle frasi che dobbiamo ripetere. Per una mezz’ora ripetiamo le sue frasi cantando. Peccato che lui parli a voce bassissima, con l’accento di un nero di Harlem, e canti a voce altrettanto bassa su note incomprensibili. Eppure lui le idee le ha molto chiare, tanto è vero che quando ripete su una tastierina giocattolo le note che ha cantato, ne vengono fuori dei frammenti meravigliosi. Poi ci invita finalmente a prendere gli strumenti e il gioco si fa davvero difficile. Canta delle frasi lunghe e articolate, e si infastidisce se proviamo troppo a lungo tra una ripetizione e l’altra. Dobbiamo ascoltarle e ripeterle, non c’è altro modo. Io mi perdo alla seconda frase, sono davvero perduto ma sento che comunque sto imparando qualcosa. Arranco, a volte faccio quasi finta di suonare, su frasi lunghissime suono una nota ogni dieci. Poi Barry mi chiede di suonare da solo e io confesso: “I’m lost”.

Ogni tanto si ferma e racconta un aneddoto, di quando “Sonny Stitted in” (i verbi formati dai nomi, ne abbiamo già parlato) e incantò tutti con un assolo strepitoso, e poi Cannonball, e poi Bill Evans, tante presenze evocate e appena accennate che arrivano, si illuminano per un attimo e poi spariscono.

Finisce la lezione, ci alziamo tutti, e a gruppetti ci avviciniamo a Barry. Si forma una coda, una specie di confessione laica. Quando tocca a me, ci salutiamo, mi presento, stringere la sua mano è come afferrare un ramo di ulivo secolare. Mi chiede da dove vengo, e lui esclama “cavolo, vengono tutti da Israele e dall’Italia per suonare a New York!”. Poi mi da un foglio di carta, io chiedo cosa sia, e lui mi risponde “Rules” – regole – una serie di esercizi per sviluppare la tecnica di scale e accordi.

Molto lentamente Barry si alza, va al pianoforte e si mette a chiacchierare e fare degli esempi, fino a che questi esempi non diventano “Polka Dots and Moonbeams”. Telefonini, incluso il mio, registrano il brano. I pianisti filmano le mani, i non pianisti il viso. Io, non pianista ma non troppo, cerco di stare in mezzo. Ci perdiamo tra le note e le frasi smozzicate, e io penso a quante ne abbia viste e passate quest’uomo, e mi chiedo se è più vecchio lui o il pianoforte che sta suonando.

Come ogni fiaba, tutto si rompe all’improvviso: ci cacciano spegnendo la luce. Mi chiedo se, come ogni celebrazione religiosa, questo atto si ripeta sempre uguale, ogni settimana, con gli stessi santi, gli stessi discepoli, gli stessi riti.

Non mi resta che tornare a verificare.

http://youtu.be/OIepLfOxUa8

http://youtu.be/fGNgURG7vOk

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