If you have to ask what Jazz is, you’ll never know – Metti una sera con Barry Harris

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Se avete interesse per la musica, in particolare per il Jazz, e per l’America, potreste impiegare il vostro martedì pomeriggio/sera frequentando un workshop di Barry Harris. Non c’è bisogno che sappiate o vogliate suonare uno strumento, o cantare. Andate pure “disarmati”, l’importante è esserci.

Siamo al 250 di W 65 Street, vicinissimi al Lincoln Center, nella stessa strada in cui trova posto la Juilliard School of Music. L’area del Lincoln Center è un salotto, luci splendenti, ristoranti, cinema, teatri, abiti eleganti. Come spesso succede a New York, vi basterà fare un paio di isolati perché l’atmosfera cambi radicalmente.

Al 250 di W 65 Street troverete il Lincoln Square Neighborhood Center, un centro di aggregazione del quartiere. Seguite il suono, arriverete in una palestra/teatro in cui, entrando, io ho pensato “questa è l’America”: una cinquantina di persone, di ogni età (spesso dall’età indefinibile), che condividono lo spazio seduti su più file, a semicerchio. Sembra che li abbiano montati lì come comparse, e che in realtà l’unico “spettatore” sia io. All’inizio non capirete bene cosa sta accadendo, perché se da una parte ascolterete dei suoni inequivocabilmente jazz, dall’altra realizzerete presto che gran parte delle persone non sembra proprio dedita a una lezione di musica. C’è chi mangia, chi chiacchiera, chi legge, persino chi lavora a maglia.

In un primo momento sono molto più concentrato sulle persone che sulla musica, ed è lì che un pensiero arriva come un lampo: fino a quando non ti trovi negli Stati Uniti in una stanza con una cinquantina di persone, non ti rendi conto di quanto siano realistici i personaggi dei Simpson. Fino a quando restiamo in Italia, ci sembrano solo dei disegni fatti con grande inventiva. Qui, ci si accorge in un lampo che quegli uomini gialli raffigurano persone vere, prototipi umani che qui sono comunissimi. E stasera ci sono tutti.

Finalmente riesco a vedere dov’è Barry Harris, un ometto piccolo e nero con i capelli sale e pepe e le ossa delle mani annodate dall’artrosi. Rimane seduto, e parla a voce bassa. Barry ha 82 anni ed è stato uno dei pionieri del Jazz, ha suonato con Cannonball Adderley, Sonny Stitt, e con tanti altri giganti.

Da una vita, ogni martedì, tiene questo workshop, in cui non c’è selezione, non è richiesta regolarità nelle presenze, non ci sono compiti a casa. Niente di tutto questo. Quando hai voglia vai, paghi 15 dollari (10, a fronte di un’iscrizione di 45) e puoi rimanere per più di sei ore: le prime due si fa pianoforte, poi canto, poi musica d’insieme. Ho l’impressione che molte persone vengano qui al posto di andare al cinema, o di rimanere soli a casa. Altri sembra che  vengano qui per curiosità, per conoscere e omaggiare Barry. Altri ancora, sembra che vengano qui a suonare e a coccolare Barry da una vita.

La lezione di canto non è esaltante, sembra un open-mic di pessima qualità. Si canta sempre la stessa canzone di Rodgers e Hart,  in coppia, due giri di tema, il pubblico applaude e si cambia. E qui ritorna prepotentemente l’America: la sospensione del giudizio, l’idea che tutti ce la possano fare, quel pensiero che se io voglio cantare vado lì e canto, e chi se ne frega se sono stonato, è il mio momento, canterò, gli altri mi ascolteranno e ne sarò contento.

Barry ascolta una versione della canzone dopo l’altra e non dice nulla. Fino a quel momento non capisco ancora se sono davvero a un workshop di musica, a un happening, a un gruppo di ascolto, a una messa di Harlem, a una cerimonia celebrativa di un Guru.

Alle 22.30 si chiude coi cantanti ed è il momento degli strumentisti. E finalmente, venendo coinvolto in prima persona, vedo il Barry musicista e insegnante. Comincia a diventare più vispo, a tratti irascibile, ride, ci prende in giro, ci intima di avvicinarci e sederci intorno a lui, ma senza strumento. Dice che dobbiamo imparare a “vedere” la musica. Ci insegna il Jazz secondo tradizione, cioè cantando delle frasi che dobbiamo ripetere. Per una mezz’ora ripetiamo le sue frasi cantando. Peccato che lui parli a voce bassissima, con l’accento di un nero di Harlem, e canti a voce altrettanto bassa su note incomprensibili. Eppure lui le idee le ha molto chiare, tanto è vero che quando ripete su una tastierina giocattolo le note che ha cantato, ne vengono fuori dei frammenti meravigliosi. Poi ci invita finalmente a prendere gli strumenti e il gioco si fa davvero difficile. Canta delle frasi lunghe e articolate, e si infastidisce se proviamo troppo a lungo tra una ripetizione e l’altra. Dobbiamo ascoltarle e ripeterle, non c’è altro modo. Io mi perdo alla seconda frase, sono davvero perduto ma sento che comunque sto imparando qualcosa. Arranco, a volte faccio quasi finta di suonare, su frasi lunghissime suono una nota ogni dieci. Poi Barry mi chiede di suonare da solo e io confesso: “I’m lost”.

Ogni tanto si ferma e racconta un aneddoto, di quando “Sonny Stitted in” (i verbi formati dai nomi, ne abbiamo già parlato) e incantò tutti con un assolo strepitoso, e poi Cannonball, e poi Bill Evans, tante presenze evocate e appena accennate che arrivano, si illuminano per un attimo e poi spariscono.

Finisce la lezione, ci alziamo tutti, e a gruppetti ci avviciniamo a Barry. Si forma una coda, una specie di confessione laica. Quando tocca a me, ci salutiamo, mi presento, stringere la sua mano è come afferrare un ramo di ulivo secolare. Mi chiede da dove vengo, e lui esclama “cavolo, vengono tutti da Israele e dall’Italia per suonare a New York!”. Poi mi da un foglio di carta, io chiedo cosa sia, e lui mi risponde “Rules” – regole – una serie di esercizi per sviluppare la tecnica di scale e accordi.

Molto lentamente Barry si alza, va al pianoforte e si mette a chiacchierare e fare degli esempi, fino a che questi esempi non diventano “Polka Dots and Moonbeams”. Telefonini, incluso il mio, registrano il brano. I pianisti filmano le mani, i non pianisti il viso. Io, non pianista ma non troppo, cerco di stare in mezzo. Ci perdiamo tra le note e le frasi smozzicate, e io penso a quante ne abbia viste e passate quest’uomo, e mi chiedo se è più vecchio lui o il pianoforte che sta suonando.

Come ogni fiaba, tutto si rompe all’improvviso: ci cacciano spegnendo la luce. Mi chiedo se, come ogni celebrazione religiosa, questo atto si ripeta sempre uguale, ogni settimana, con gli stessi santi, gli stessi discepoli, gli stessi riti.

Non mi resta che tornare a verificare.

http://youtu.be/OIepLfOxUa8

http://youtu.be/fGNgURG7vOk

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