Radiohead – un’astronave a otto bit

Non avevo mai fatto l’esperienza di un grande concerto prima d’ora. Il mio debutto è stato qui, per la precisione a Newark, per il concerto dei Radiohead.

Sarà stato l’estremo ordine con cui si sono svolte le operazioni di ingresso o il fatto che fossimo più o meno in diciannovemila, o forse ancora per le caratteristiche stesse del luogo in cui si svolgeva il concerto, ma non ho proprio percepito l’ebbrezza, la calca, l’euforia che si dica precedano questi eventi.

Guardando all’esterno, sembrava che il concerto fosse destinato ad andare deserto. Se non fosse che, a un certo punto, guardando alle mie spalle, mi sono reso conto di essere parte di una lunghissima coda. In fila per uno, ordinati, senza spingere, biglietto alla mano.

Ah, il biglietto. Ho deciso di andare al concerto quattro giorni prima, ed era sold out. Qui negli States, in questi casi si cerca su stubhub.com, sito che mette in relazione venditori e acquirenti (privati), mettendo tutti al riparo dalle fregature (a fronte di una commissione di una decina di dollari).

Dopo la coda, la perquisizione, come in aeroporto. Con il metal detector, e a volte, manuale. Poi la scansione del biglietto, e via!

Un palazzetto da ventimila posti che sembra qualcosa a metà tra un albergo e un centro commerciale. Scale mobili, bar in ogni angolo, tappeti rossi, illuminazione forte, musica di sottofondo, monitor con pubblicità e annunci dappertutto.

Non sognatevi di cambiare posto rispetto a quello che avete sul biglietto: all’ingresso di ogni settore una hostess o uno steward vorranno verificare il vostro biglietto anche se vi assentate per qualche minuto, e vi accompagneranno al vostro posto.

Siamo nel palaghiaccio dei NJ Devils, la squadra di hockey di Newark. Gli americani fanno palazzetti con le dimensioni di piccoli stadi, che si sviluppano in altezza. Così, se non vuoi spendere una fortuna, sei altissimo e a strapiombo sul campo. Non capisco cosa si riesca a vedere in una partita di hockey da questa posizione, evidentemente agli americani basta esserci. Ci sono anche le suites, proprio come nei film: vere e proprie stanze private con vista sul campo e monitor, in cui è possibile avere servizio bar e assistenza personalizzata. Da bravi emuli degli americani, compriamo hot dog e birra e andiamo a sederci. Di lì a poco il concerto inizia. Io sono in uno dei punti più alti delle tribune, e da qui lo spettacolo è affascinante e inquietante allo stesso tempo. Il pubblico che affluisce sul parterre sembra un enorme gruppo di formiche che si muove ordinatamente verso una fonte di cibo.

La prima sensazione è che i radiohead “suonino”. Nel senso che suonano per davvero, si sporcano le mani, nonostante ci sia moltissima elettronica nella loro musica la componente “manuale” è fondamentale. Per complicarsi la vita, aggiungono un secondo batterista alla formazione. Gli incastri ritmici sono fenomenali, e particolarmente curati. Ritmo e suono sono gli elementi che caratterizzano la band di Abingdon in questo momento.

Gli altri elementi che mi hanno colpito favorevolmente sono concretezza e semplicità, tutto in favore dell’elemento più importante, e cioè la musica. Un palco semplice, senza macchinari, in cui i cambi avvengono a mano: serve un pianoforte, ci sono due persone che spingono un pianoforte. Poi serve una chitarra, si porta via il pianoforte e si porta la chitarra, e così via.

Le luci sono essenziali: un wall altissimo diviso in due sezioni, tendenzialmente monocolore con qualche gioco di movimento quasi da anni ’80. Tutto sommato, una scenografia a otto bit.

Dodici enormi display quadrati, ognuno sospeso tramite quattro cavi indipendenti, che possono così imporre qualunque orientamento. Su ogni display, frammenti e particolari del concerto, spesso con un aspetto lo-fi: monocromatico, presenza di rumore, disturbi, ecc. Una regia attenta si occupa di destrutturare le immagini e alternarle nei vari display. Penso a quanto la nostra percezione delle immagini sia cambiata negli ultimi anni. La ricomparsa dell’immagine quadrata, la presentazione di immagini disturbate e rumorose, le immagini che suscitano interesse anche quando raffigurano un singolo, insignificante particolare. La sintesi di tutto ciò è Instagram, ma questa è una parentesi che merita di essere aperta a parte.

Suonano, dicevamo, e suonano bene. Thom Yorke è capace, canta, balla, suona tastiere e chitarre, riesce a tenere tutti senza fiato quando intona ballad al pianoforte o quando, a fine concerto, canta un pezzo da solo, con chitarra acustica e loop station per la voce. Il resto della band è perfetto, non perde un colpo.

La qualità del suono è molto ricercata ma non “finta”, anche qui un equilibrio perfetto tra salti nel futuro e panorami sonori un po’ retrò. Anche nelle presentazioni dei brani è tutto molto semplice, niente spettacolarità, né mutismo da rockstar imbronciata: il prossimo pezzo si chiama Morning Mr Magpie. E si suona, e basta.

Il concerto è basato essenzialmente sull’album “The King of Limbs”, che viene suonato per intero, più qualche pezzo vecchio e famoso. Con la faccia furbetta di chi racconta chi è l’assassino, vi rivelo che ascolterete Karma Police ma non Creep.

Due ore, minuto più, minuto meno.

Due ore di viaggio in un gioco di rimandi tra passato e futuro, tra vecchie foto di famiglia e viaggi nello spazio-tempo. Praticamente, un’astronave a otto bit. Immagine

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